• Angela Catrani

Sulle fiabe, 1

Da tempo ragiono sulle fiabe. Da editor mi interrogo sulla quantità di fiabe che ancora gli editori sentono il bisogno di pubblicare in versioni sempre diverse (e sempre meno filologiche).

Un motivo potrebbe essere che la fiaba è la prima cosa a cui il neogenitore pensa quando cerca di addormentare il primo figlio.

Nasce un pargoletto, tenerello e urlante e una caterva di persone, a iniziare dal pediatra, danno a questi sprovveduti genitori, che fino al giorno prima si addormentavano nel silenzio della loro camera, tanti consigli, tra cui raccontare una storia.

Ma il genitore medio non si ricorda nulla delle storie della sua infanzia, anzi sì, forse Cappuccetto rosso: come iniziava?

C'era una volta una bambina amata da tutta la famiglia, alla quale la nonna aveva regalato una mantellina con un cappuccio rosso. La mantellina era così bella che la bambina non se la voleva mai togliere, così le persone avevano iniziato a chiamarla Cappuccetto rosso...

Di necessità virtù, improvvisamente alla memoria tornerà ad affiorare la voce della lettura e le storie che ognuno di noi ha ascoltato almeno una volta nella sua vita. Istintivamente la voce si farà bassa, lenta, ritmata: e ci si accorgerà che l'urlante fagotto che abbiamo tra le braccia si calmerà e, nella migliore delle ipotesi, si addormenterà.

Naturalmente la fiaba è, spesso, cruente, se non crudele: parla di bambini abbandonati, uccisi, divorati; di matrigne e di figlie rinchiuse in castelli isolati; parla di boschi magici e città incantate, di draghi e animali magici; parla di re, regine e principi. E di streghe, di orchi, di esseri malvagi.



La fiaba è un meme, ci dice Jack Zipes nella sua introduzione alla nuova edizione di La fiaba irresistibile. Storia culturale e sociale di un genere, edito da Donzelli, con la traduzione di Marco Giovenale:

Le fiabe sono memetiche e irresistibili perché spiegano, espongono e affrontano problemi che non abbiamo risolto in narrazioni metaforiche.

Il neogenitore, però, queste cose non le sa: sa che queste sono le storie che ascoltava da bambino e se sono andate bene per lui, andranno bene anche per l'infante suo figlio.

Quindi andrà in libreria e cercherà per suo figlio di pochi mesi le fiabe.


E cosa troverà in libreria? Versioni ridotte, adattate, minimali delle fiabe, perché il libraio accorto non oserà proporre al neogenitore la fiaba classica dei Fratelli Grimm o la fiaba d'autore di Hans Christian Andersen.


La fiaba classica è adatta, infatti, a un pubblico di bambini dai 7-8 anni, che abbiano una minima conoscenza del mondo e che sappiano riconoscere la struttura narrativa e la metafora.

Da questa necessità di offrire ai bambini sempre più piccoli la fiaba, è generato un fiorire di fiabe strapazzate e in alcuni casi distorte: via la strega cattiva, via il lupo che mangia i bambini, via la matrigna, via tutto ciò che può spaventare il bambino sempre più piccolo.

La fiaba non era pensata per bambini piccoli: nasce come racconto orale per un gruppo di persone che si attardavano intorno al focolare, compresi i bambini abbastanza grandi da non essere ancora stati spediti a dormire.


Ma cosa può raccontare il genitore con occhiaie sempre più lunghe al figlioletto in fasce? Tutto ciò che vuole, in realtà: o meglio, tutto ciò che diverte il genitore e ha voglia di raccontare. Quando il bimbo è molto piccolo è sufficiente la nenia, anche parole senza senso con voce dolce e leggera, ma che rendano conto delle emozioni buone che prova l'adulto.

Lasciamo il racconto della fiaba più avanti, e allora avremo la piena e vitale attenzione del bambino, della bambina.




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